E invece siam di nuovo qui a parlare di un film tratto da un fumetto... Un fumetto di Frank Miller, per giunta, esattamente come Batman (almeno nella sua reincarnazione più riuscita...). Che dire? Il film è arcifedele ai tre episodi di questa serie noir (anzi hard boiled) scritta e disegnata dal Miller stesso. Il regista Rodriguez (già pupillo di Tarantino) ha vantato la fedeltà della pellicola alla carta e infatti è così. Impressionante il mutare della fisionomia degli attori per adattarsi a quella dei personaggi del fumetto. Le storie che si intrecciano (ma neanche tanto...) sono godibili per chi abbia un minimo di sopportazione alla violenza e alla vista del sangue, budella, interiora e tutti gli ammenicoli del genere. Le attrici sono molto fighe, e spesso la loro dipartita è esaminata con brividi voyeristici apprezzabili. Mirabile l'uso del colore per richiamare il chiaroscuro del disegno. Pochi difetti, tra cui l'eccessiva classicità dei plot narrativi e la succitata pedissequa citazione dell'opera di partenza.
Ennesimo film del genere fumettistico, genere che da una quindicina d'anni a questa parte sembra aver guadagnato un posto d'onore proprio grazie ai capostipiti di questa serie dedicata al Cavaliere Nero. Buona prova nella recitazione di Christian Bale, attore belloccio ma dal viso ceh può rivelarsi assai inquietante come ha dimostrato ne "American psycho" e "L'uomo senza sonno". Anche Cristopher Nolan fa il suo sporco lavoro, ma devo dire che si conferma qui una preoccupante tendenza, e cioè l'usanza per i registi cosidetti "indipendenti" di fare una buona prova per poi passare a questi baracconi pieni di effetti speciali e commerciali (vedere Singer, ma anche Jeunet e tanti altri...). Alla fine ci si diverte, ma si esce con la voglia di non vedere più un film di supereroi per i prossimi vent'anni. Tutti belli, per carità, tutti con qualche discorso importante dentro, che non son mica solo fumetti, ma alla fine che noia!
Dopo sedici anni torna sugli schermi occidentali un lungometraggio del maestro che ci regalò "Akira", vero punto di svolta per il cinema di animazione giapponese.
Verrebbe da chiedersi cos'abbia combinato in tutti questi anni Otomo. In realtà non molto, se si ragiona in termini esclusivamente quantitativi. Eppure basta citare il titolo di uno dei film che portano la sua firma nella sceneggiatura, per capire la grandezza di questo autore purtroppo poco prolifico: "Metropolis" di Rintaro, da un fumetto di Osamu Tezuka.
Nel mezzo alcuni manga come "Memories" e "Icaro", realizzato insieme a Moebius (che, giusto per tirarmela un po', ebbi occasione di conoscere bene in occasione della manifestazione Fumetti di Frontiera nel 2002).
Smettendola con le sciocche vanterie e tornando invece a parlare del film, ciò che colpisce a prima vista è la meravigliosa qualitù dell'animazione, la cura dei dettagli (soprattutto per quanto riguarda le numerose e mirabolanti macchine a vapore, vere protagoniste della storia) e l'ambientazione originale, una Londra steampunk forse un po' stereotipata ma resa in maniera vivida e affascinante.
Quello che lascia perplessi, purtroppo, è il plot vero e proprio. La storia soffre infatti di un grave disequilibrio tra la prima parte, in cui si dipanano le vicende vere e proprie del film, e la seconda, dedicata esclusivamente alla lunghissima sequenza della distruzione della torre Steam.
Certo, il tema della catastrofe apocalittica è tipico di Otomo (basti pensare alla devastazione totale che si vedeva in "Akira" e al finale di "Metropolis", con il grattacielo che si disgrega al rallentatore e l'ironico commento sonoro), però questa volta è difficile vederne la valenza simbolica e il tutto sembra fine a se stesso, come se si trattasse esclusivamente di un feticistico piacere di Otomo.
Resta comunque una splendida visione, anche se in fondo sembra quasi che l'anime rimanga tronco, incompleto, come se Otomo avesse avuto fretta di tornare agli schermi dopo un'assenza così prolungata. Attendiamo il seguito di "Akira", già annunciato, per capire se la vena creativa del maestro si sia esaurita o se ci troviamo davanti a un pur piacevole incidente di percorso.
Due mesi e un po' di più che non scrivo di cinema. Nel frattempo c'è stato un anniversario, e separazioni dolorose e altre fortunose circostanze, e sì, anche visioni che non sono state ancora relazionate e trascritte nella fredda materia del blog. Quando tutto questo nacque più di un anno fa doveva essere un supporto alla mia stanca memoria, e siccome nel frattempo la memoria non è migliorata anche le considerazioni saranno piuttosto frammentarie.
Per dirla con Bazin e Cocteau (che io non sono né scontato né presuntuoso) il cinema è la morte al lavoro (sugli attori) ma anche sul pubblico. Nulla segna di più il passaggio del tempo di due ore scandite metronomicamente dal battito dei fotogrammi accelerati ventiquattro volte al secondo, nulla segna di più una stagione del ricordo di certe immagini che non rivedrai forse più ma che continuano a scorrerti nel cervello. Dimenticarle è facile, cancellarle impossibile.
Visioni a volte immorali, sempre nel senso baziniano dell'accezione, come le sequenze con la camera volteggiante intorno ai personaggi quasi a vivisezionarli, simulando una falsa partecipazione, de il "Cuore sacro" di Ferzan Ozpetek, oscene al punto di riprodurre attraverso rimandi kitsch iconografie pittoriche arcinote come la Pietà michelangiolesca. Un film forse onesto intellettualmente, ma disonesto fino all'eccessso dal punto visuale, tanto che gli attori (soprattutto Barbara Bobulova) vagano con espressioni da sonnambulo degne del Cesare di Wiene.
Visioni piene di un understatement patinato, come nel caso de "L'amore fatale", di Roger Michell, tratto da un ennesimo romanzo di Ian McEwan. Film difficile da classificare, con attori anche qui spesso attoniti (tranne Rhys Ifans, candido e diabolico al tempo stesso), una fotografia troppo leccata e troppo buia al tempo stesso, la solita simmetria mcewaniana portata all'eccesso, a volte chiedendosi dove si andrà a parare. E un finale che (anche qui nulla di nuovo rispetto agli ultimi lavori dello scrittore anglosassone) sembra voler sciogliere tutti i nodi a costo di una schematicità davvero eccessiva.
Visioni (in)aspettate per me che di cinematografia orientale contemporanea ben poco mi intendo, che mi fanno venire voglia di recuperare il tempo perso, come "Old boy", di Chan-wook Park, tormentone cineblogghico di questi ultimi due mesi, osannato e incensato praticamente da tutti, e a ragione, perché questo film del 2003 arrivato in italia solo ora ci fa capire tutti i debiti del buon Quentin verso la cinematografia orientale, non tanto per la traccia stilistica (Tarantino rimane figlio di Houston e Peckinpah, Park di Kurosawa e Woo) quanto per la concezione di una violenza ineluttabile al punto da diventare personaggio principale del dramma. Bravissimo Min-sik Choi (Dae-su Ho), forse il miglior attore che ho visto su schermo in questa stagione.
Visioni tetre, controverse, pericolose, incomprese, in un film che è diventato un caso più per il tema trattato che per i suoi molti meriti e i suoi ancora più grandi difetti. "La caduta" non può che risultare antipatico ai più, e a ragione. Bruno Ganz è un Hitler inedito, umano, troppo umano. Una cosa che fa paura a chi vorrebbe immaginarlo solo come un demone, e che suscita troppa simpatia in chi invece lo ha sempre esaltato, ma soprattutto negli indecisi e negli inconsapevoli. Sorprendente l'asciuttezza con cui poi viene rappresentata la tragedia delle ultime ore nel bunker sotto la cancelleria di Berlino. Eppure realistico. Molto più angosciante nella sua claustrofobia e nella misurata follia di Bruno Ganz rispetto a qualsiasi forzatura drammaturgica a cui siamo abituati dalla cinematografia soprattutto americana.
Visioni grandiose, puerili, wagneriane, in quello che è forse (anzi, nella mia modesta opinione, sicuramente) l'episodio più riuscito della seconda (prima?) trilogia di "Guerre stellari". Anche qui mi pare che ci sia stata una grande incomprensione. Si è detto che Lucas non racconta più favole, che ha venduto l'anima al merchandising, che questo film pecca di presunzione tentando la strada della tragedia. A mio parere invece, dal momento che la storia non poteva riservare alcuna sorpresa, bene ha fatto il regista ad archetipizzarla, rendendola simile a una di quelle tragedie greche che trovano la loro forza nel pathos piuttosto che nell'originalità del plot.
Visioni tenere, malinconiche, metropolitane, sognanti e fuggevoli come una canzone dei Mazzy Star, nell'ultimo capolavoro di Olivier Assayas "Clean", con cui il cineasta torna un po' a quelle origini lontane di uno dei suoi primi film, "Desordre", ma con l'occhio di chi vent'anni dopo deve arrendersi al passare del tempo. Con una Maggie Cheung attrice simbolo e feticcio al tempo stesso (è un caso che i due attori più braci di questa rapida carrellata siano entrambi orientali?) bella da strappare una lacrima in più di un momento del film. Musica, amore, droga, nulla di nuovo sotto il sole, ma raccontati in modo da dire ancora qualcosa di nuovo.
E poi, e poi... questo per il momento è tutto. Spero di riuscire ad aggiornare questo diario telematico cinefilo più spesso nei prossimi mesi, ma se non lo faccio pensateci voi a riportarmi all'ordine, o.k. ;-)
Un anno di blog pensavo di festeggiarlo diversamente. E invece ormai con il cuore sto da un'altra parte, qui sono rimaste le ragnatele e una canzone bella ma malinconica. E' una cosa che mi fa venire il magone, davvero. Mi fa pensare a tutte le cose belle che ho tradito nella mia vita. A tutte le cose che credevo avrei amato per sempre e alla fine mi sono lasciato dietro senza apparente rimorso. Continuo ad amare il cinema, continuo a dire che voglio scrivere qualcosa di nuovo, ma poi non lo faccio. L'altro ieri ho visto "Old Boy". E' un film che meriterebbe lunghe parole, ma adesso più che al film in se stesso penso che è da quando ho aperto questo posto che ne sento parlare da gente come Kekkoz, Ohdaesu (che se non sbaglio ha preso il nick dal film, o sbaglio), Andrea, Murdamoviez e altri. Grazie a loro, leggendo i loro blog, ho scoperto un cinema che non conoscevo, e che continuo, ahimé, in gran parte a non conoscere. Le cose cambiano. Questa frase viene ripetuta così spesso perché è vero. Le avanguardie di ieri sono i dinosauri di oggi. I film della mia vita, le sorprendenti fulminazioni di una volta, adesso hanno una patina di polvere e nostalgia addosso. Le cose cambiano e cambieranno. Intanto son passati altri dodici mesi...
Tanti auguri, films de ma vie, anche se stanotte qui ci siamo solo io e te a spegnere le candeline.
Ho visto questo film già più di due settimane fa, ma è indicativo del fatto che la mia vita in questo periodo non sia molto portata alla riflessione il fatto che nonostante tutto il tempo passato non me ne sia ancora fatta un'idea precisa.
Che in questo film Wes Anderson ci metta proprio di tutto, l'hanno detto tutti. David Bowie in versione samba, gadget vintage a go go, cinefilia e docufilia (esiste?), autocitazioni dalle sue pellicole precedenti, attori feticcio e attori culto (che poi è la stessa cosa), Kate Blanchett incinta con due meloni da favola, animaletti acquatici riprodotti in digitale da fare invidia a Nemo e Shark Tale (soprattutto l'apparizione finale di cui non vi svelerò nulla).
E ancora: pirati orientali cattivissimi e pasticcioni, incursioni su isole esotiche in stile James Bond, un tocco di sentimentalismo con bambino, panorami de noantri (il film è quasi interamente ambientato in Italia, in realtà!), una colonna sonora originale all'altezza di quella dei Tenenbaum, un sacco di fashion, coolness e hipness, altre citazioni spassose (la nave di Zissou, equivalente della Calypso di Cousteau, si chiama Belafonte), ironia a palate (la stessa nave che cade a pezzi, descritta come una meraviglia della tecnologia nautica), gag e tormentoni comici e meno comici (i granchietti e le meduse scambiati da Zissou per altre specie).
Visto e considerato quanto detto sopra, capirete che, periodo poco riflessivo o meno, è davvero difficile dare un'opinione esauriente su questo film. Diciamo, tanto per non essere orginali visto che l'hanno già detto in molti, che la metafora della vita acquatica allude a qualcosa di, appunto, molto più profondo, e la vera storia del film finisce per essere quella di una persona che si avvicina alla fine della sua vita e inizia a tracciare un bilancio, il tutto ovviamente senza la pesantezza di pellicole più "psicologiche". Murray è bravissimo in questa parte, e devo dire che dopo "Lost in translation", dove reggeva tutto il film da solo, l'ho molto rivalutato. Da vedere? Sì. Un capolavoro? Non mi sbilancerei.
Giudizio critico: due ore di puro divertimento, con qualcosa di più alla fine.
Fai un salto anche qui
Un classico "polar" francese, questo film trae il titolo dalla sede della Polizia Giudiziaria di Parigi (come dire Scotland Yard, per intenderci). E' una pellicola classica in tutti i suoi aspetti: l'atmosfera parigina, il confronto poliziotto buono/poliziotto cattivo, gli ambienti malavitosi a metà strada tra il gangsterismo americano e la mafia italiana. Ma il punto più forte di "36" è il duello attoriale tra due mostri sacri come Depardieu e Auteuil (duello da cui il secondo esce nettamente vincitore).
Depardieu è una presenza ingombrante, una caricatura di se stesso, mentre Auteuil riesce a dare al suo personaggio un'umanità convincente, uno sguardo pulito e onesto ma mai moralista. I personaggi di contorno sono molto ben delineati, da segnalare la presenza di una delle mie attrici italiane preferite, la bellissima Valeria Golino, purtroppo sempre troppo poco sfruttata e valorizzata dal cinema internazionale odierno.
Giudizio critico: per chi ama i noir alla francese.
Fai un salto anche qui
Come si sentirà Hillary Swank, così giovane e già con due premi oscar nella sua carriera? Secondo me non esistono (a parte un paio di eccezioni) attori più bravi di altri. Esistono attori più intelligenti di altri, più fortunati di altri, nella scelta dei loro ruoli. Perché un personaggio come quello della pugilessa di questo film era destinato a far vincere un Oscar a chi lo interpretasse appena degnamente (e la Swank lo interpreta molto più che degnamente).
Come si sentirà Clint Eastwood ad aver attraversato prima come attore poi come regista (e non sempre in questo ordine cronologico) interi decenni di storia del cinema sempre come protagonista? Il Clint che più amiamo è, e sempre resterà, quello dei film di Sergio Leone, beninteso, ma ancora oggi tutto quello che fa sembra qualcosa di speciale, fuori dal gruppo, l'unico, come dicono in molti (tra cui il caro Goljadkin) ad avere ancora il coraggio in America di fare un cinema classico.
Ma questi film fuori dal tempo, questi film in cui gli uomini sono uomini, corrispondono ancora in benché minima parte alla realtà che ci circonda? La risposta è, ovviamente, no. E per questo è bello che ci siano tipi come Eastwood, anacronistici, fascistoidi, individualisti, a ricordarci un'età dell'oro probabilmente mai esistita dove vigevano cose come la parola data, il codice morale, il sacrificio, l'abnegazione. Mettendo queste cose sullo schermo, in un certo senso Eastwood ci ripulisce la coscienza, come se noi spettatori fossimo mondati dalla visione e potessimo uscire nuovamente intonsi dal cinema al mondo reale. Insomma, Il texano dagli occhi di ghiaccio è forse l'ultimo vero affabulatore del cinema hollywoodiano, che non ha potuto quindi non decretarne il trionfo in un tripudio di statuette calve e dorate.
Giudizio critico: ci crogioliamo nel riflusso.
Fai un salto anche qui
Posto questo post a quest'ora invereconda per due ragioni precise: primo, non gliene frega un cazzo a nessuno di quello che scrivo, quindi posso permettermi di sparare qualsiasi cazzata mi passi per la mente, e non è poco; secondo: ho un sacco di film arretrati da inserire nel blog, per cui recupero quando posso...
"Constantine" è... un film. Già. Vabbe'. Lo sapevamo, grazie. Comunque c'è Keanu Reeves, ci sono un sacco di esplosioni, sparatorie, scazzottate, palazzi che crollano, apocalissi. Peter Stormare mi piace un sacco (secondo me è più figo di Reeves) e interpreta un Lucifero che è la cosa più divertente di tutto il baraccone. La fedeltà (o anche soltanto la verosimiglianza) con il fumetto da cui "Constantine" è tratto (Hellblazer) l'hanno buttata nel cesso, ed è rimasto un attore fighissimo (ma mai figo quanto Peter Stormare) che va in giro a sparare alla gente (anzi, ai demoni) con un crocifisso a forma di fucile (no, scusate, è il contrario).
E poi, poi c'è l'eterna lotta del bene contro il male, l'eterna lotta del digitale contro l'analogico, l'eterna lotta degli americani contro le sigarette, e un sacco di altre eterne lotte. DC contro Marvel, ad esempio... Ma che avranno detto Neil Gaiman, Alan Moore e Alan Grant vedendo questo film? E Frank Miller quando vide il "Batman" di Tim Burton? Eh? Cosa disse? Cosa diranno le future generazioni, di noi che ce ne stiamo qui, a guardare i film, e tra mille anni manco lo sapranno come si guardavano i film, prenderanno tra le dita questa strisciolina nera con delle figurine sopra e penseranno a quanto eravamo stupidi, a guardare i film, quando ci restava ancora così tanto da fare, inventare il teletrasporto, andare a vedere se c'è vita nell'universo, scoprire il segreto dell'immortalità. E rideranno di noi, che eravamo solo capaci di guardare i film.
Giudizio critico: it's only rock'n'roll, but i like it.
Fai un salto anche qui