Una sera che gioca l’Italia e non hai nessuna voglia di vederla perché sai già che farà schifo. Una sera che il tuo amore è lontano e vorresti soltanto essere insieme a lei ma le responsabilità e un lavoro del cazzo ti tengono lontano da tutto quello che più conta. Una sera che l’afa stringe la città in una morsa e la tua casa è il posto più caldo dell’universo. In una serata così ringrazi che esista il cinema, anche se non ci fosse nessun altro motivo per farlo.
Così sono uscito e ho messo un piede davanti all’altro e mi sono lasciato portare, e una sala poteva valere più o meno l’altra, a patto che ci fosse l’aria condizionata. Caso ha voluto che i piedi mi portassero a veder questo film che dai trailer non mi diceva granché e dalla inveterata conoscenza con i Coen (conoscenza di lunga data, a dire il vero, dai tempi di “Barton Fink”, sicuramente il più bello, più bello soprattutto del sopravvalutato “Grande Lebowski”) mi aveva dato l’impressione di essere l’ennesimo episodio “down” nella lunga serie di “up and downs” della carriera della geniale (almeno questo dobbiamo riconoscerlo) coppia sceneggiator/registica.
I miei pregiudizi sono stati smentiti? Sì, vi dirò, e anche no, perché i pregiudizi non sono una cosa cattiva in se stessa (come ci spiegano gli stessi Coen in questo film), sono paraocchi che a volte possono far vivere meglio che la sconfinata visione di una vertiginosa apertura mentale.
Giudicando questa pellicola, dunque, dimenticate l’originale, nulla rimane de “La signora omicidi” che nel 1955 fece conoscere al mondo due attori meravigliosi quali Alec Guiness e Peter Sellers. I Coen sono troppo intelligenti, troppo postmoderni, per fare un remake che svilisca l’originale citandolo pedissequamente.
Qui non c’è più la crudeltà, lo humor nero e tutto inglese dell’originale. Il terreno della riflessione è spostato, letteralmente, nel tempo e nello spazio. Se nel film del ’55 si respirava la cara aria dell’Inghilterra post-bellica, quel decoro dimesso e quella rispettabilità polverosa di un paese legato a un passato rimpianto, in “Ladykillers” la nota dominante è piuttosto quella dei colori desaturati di una fotografia che sembra studiata apposta per resistere al sole feroce della provincia del profondo sud americano.
In questo teatrino si delineano quelle maschere che in quasi tutti i loro film i Coen amano tratteggiare: a cominciare dal professore interpretato da Tom Hanks, stranamente (o forse non così stranamente…) meno odioso del solito proprio quando interpreta il ruolo di un “cattivo”, e dai personaggi della sua strana banda di malviventi (grandissimo il tuttofare pasticcione e incontinente con i baffi a manubrio), per arrivare alla sua nemesi, la vecchia signora negra che gli fa da perfetto contraltare.
Fin qui, nulla di nuovo. Come in “Fargo”, i personaggi di malviventi risultano più simpatici e umani delle cosiddette persone perbene. Quello che cambia è che la riflessione su questa personalissima versione coeniana della lotta tra bene e male giunge a delineare una vera e propria rivoluzione copernicana: la vecchia signora, bigotta e ottusa fino al punto da non accorgersi dei piani criminali dei suoi inquilini neppure quando le fanno scoppiare una bomba in cantina, uscirà trionfante, forte della sua onestà basata su una religiosità che nulla vede al di fuori del suo miope orizzonte (al punto da chiedere se la Elena dei versi di Poe sia la meretrice di Babilonia), mentre la genialità del professore, il suo amore per la letteratura e la poesia di Poe, saranno sconfitti dalla loro stessa mancanza di praticità. Non si fanno i soldi declamando versi e parlando con proprietà di linguaggio, ciò che importa è tenere i piedi per terra e andare tutte le domeniche in chiesa.
Come dire: guardati, America, questa sei tu, una vecchia signora obesa che brandisce la bibbia e ammazza senza neppure accorgersene tutti quelli che deviano dalla sua strada. Ciò che importa, alla fine, sono i soldi, e se questi vengono usati per un buon fine (che naturalmente sarà lei a decidere) chi se ne importa di quanta gente è morta per averli?
Nonostante le buone premesse, tuttavia, rimangono molti particolari irritanti che non mi permettono di gridare al miracolo di un ritorno dei fratelli Coen di bartoniana memoria. Semplicemente odiosa la trovatina del ritratto del marito che cambia espressione a seconda delle circostanze. Un po’ forzata la figura del corvo deus ex machina continuamente evocato nelle citazioni di Poe e finalmente risolutore dell’intreccio di morte. Già viste certe atmosfere e certi personaggi (il gatto che scappa con un dito umano in bocca mi ricorda il cane che fugge con il braccio umano del film di David Lynch). Una certa aria di stanchezza, di divertissement fine a se stesso. In generale, la solita impressione di “film minore” che mi attanaglia tutte le volte che vedo un film dei Coen sin dai tempi di Fargo.
Giudizio: un altro episodio minore dei Coen, aspettando che tornino a fare grandi film.
Ho sognato una città su cui non scendeva mai la notte. Una città fatta di torri bianche di vetro e acciaio. In cui centinaia di riflettori puntavano i loro fasci verso il cielo in cui si libravano aeronavi immense e aggraziate, talmente belle che non si poteva fare a meno di sollevare lo sguardo ogni volta che passavano, ammirati, in estatica osservazione del loro volo leggero.
Ho sognato di uomini e donne bellissimi, vestiti come in una rievocazione degli anni ’30 di Gropius o Lloyd Wright. Strade lastricate di marmo e orgogliosi monumenti allo spirito d’intraprendenza del genere umano. Ali volanti che solcavano la stratosfera spinte da decine di motori lucidi e ronzanti, con enormi vetrate attraverso cui si intravedevano palestre, sale da ballo, lussuosi ristoranti.
Ho sognato il futuro come avrebbe potuto essere, un’utopia totalitaria di ubermensch strappati all’immaginazione di un Albert Speer, viali immensi inneggianti alla gloria di uomini pazzi che hanno tentato di diventare dei.
Ho sognato un milione di volti scrutare il cielo all’unisono, fiduciosi, illuminati dalla luce calda della speranza e della follia. Sono entrato in questo nuovo mondo e non ero più solo. Penso fosse la prima volta. E al risveglio, stringendo un pugno di polvere nella mano sporca, gli abiti a brandelli, ho cominciato a piangere.
Chi... sono... io?
Mi ero riproposto di parlare soltanto di prime visioni, ma per ricollegarmi al discorso su "Kill Bill vol.2" faccio uno strappo alla regola. Ho letto sul blog di Maladoror (niente a che vedere col Maldoror di Lautréamont?) una recensione interessante e cattiva al punto giusto sul film. Tuttavia, nonostante condivida per molti versi le sue critiche, devo confessare che questo film esercita su di me una specie di fascino infantile che sfugge alla mia comprensione. E' come un concentrato di luoghi comuni, citazioni, variazioni sul tema, che prende la testa dello spettatore malauguratamente cinefilo e la centrifuga per un'ora e cinquantuno minuti senza dargli tempo di riflettere molto.
In fondo Tarantino è stato sopravvalutato a suo stesso detrimento. Se non ne avessero fatto una specie di icona del cinema americano anni '90 i suoi film post-"Pulp fiction" ora non sarebbero così bistrattati. Per queste e altre ragioni, quindi, sospendo il giudizio su di lui e abbocco entusiasticamente alla sua esca, ma, come ha detto l'amica con cui l'ho visto, "speriamo che non continui per sempre a fare lo stesso film"!
Giudizio: sospensione kantiana del giudizio.
Avete presente tutta la retorica sul Che, le magliette e le bandiere rosse con il suo facciotto vendute dai bancarellari ai concerti a prezzi esorbitanti, Gianni Minà e i mitici anni '60, e tutto il restante ciarpame pseudo "alternativo" legato a questo personaggio storico? Bene, dimenticatevene.
Se siete come me, per vedere questo film dovrete probabilmente superare i vostri pregiudizi, quell'istintiva diffidenza verso una figura esaltata acriticamente da una sinistra sessantottina e francamente ottusa, e vedere l'uomo che stava dietro a tutto questo. Un ragazzo degli anni '50 con tutte le contraddizioni di un essere umano, e non un santo laico, nato da una famiglia altoborghese, abituato a frequentare la "buona società", con un brillante futuro davanti a sé, che a poco a poco scopre le brutture e la povertà di un continente sfruttato.
Tutto sommato, questo è un film onesto. Non preme troppo l'acceleratore sulle solite tinte del "realismo magico sudamericano". Ci sono i personaggi pittoreschi e i paesaggi da sogno, ma non si sconfina mai nello stucchevole. Ernesto Guevara rimane un tantino troppo perfettino e spocchioso per essere simpatico, ma almeno non diventa una macchietta, e Alberto Granado, il suo compagno di viaggio, è abbastanza umano e imperfetto (in modo assolutamenta positivo) da compensare per tutti e due. Un film anti-yankee prodotto da Robert Redford, che va al di là della solita poesia e del solito "volemose bene" di molti film sudamericani.
Giudizio: da vedere anche se (e soprattutto se) odiate l'immagine stereotipata del Che che vi siete dovuti sorbire negli ultimi anni.