Visto che con l'estate le prime visioni languono proporrò a tutti (?) uno di quei sondaggi estivi che da quel che ricordo impazzavano sulle riviste di pseudo-informazione (Panorama, L'espresso, L'europeo) ai tempi in cui andavo al mare con i miei genitori. Lo scottante argomento che mi frulla in testa già da qualche annetto (e che non avendo un blog non potevo esporre all'opinione del pubblico) è: quali sono stati i film che hanno segnato da un punto di vista culturale e sociale il decennio appena trascorso?
Badate bene, non i film più belli (o almeno quelli che ci sono piaciuti di più), ma quelli che per la loro forza evocativa o contenutistica hanno lasciato un segno che ha modificato il modo di fare cinema e in alcuni casi persino lo stile di vita nella nostra società occidentale. Pellicole come "Casablanca", "Via col vento", "Ultimo tango a Parigi" e decine di altre che magari non avete neanche mai visto e che sicuramente non sempre sono capolavori indiscussi della storia del cinema, ma che sono entrate nel comune sentire e vengono citate continuamente e spesso a sproposito.
A titolo esemplificativo inizierò a fornire una mia lista, anche se sarà necessariamente imperfetta e incompleta. Mi piacerebbe però avere più feedback (o.k., lapidatemi per aver usato questo termine) possibile da parte di vari ed eventuali lettori per riuscire poi a compilare una vera lista esaustiva, che soddisfi la mia insana smania di catalogazione.
Pretty Woman (1990, Garry Marshall). Ecco l'esempio perfetto: certo "Pretty woman" non è il film più bello della storia del cinema (anzi, non è bello punto e basta), ma quale altro film è stato più citato, spesso a sproposito, nel corso dell'ultimo decennio del secondo millenio? O.k., immagino che mi farete presente almeno un paio di altri titoli, ma stanno per arrivare pure questi...
Twin Peaks (1990, David Lynch). Sì, lo so, è una serie televisiva, ma c'è anche il film, e comunque non esiste altro documento più rappresentativo e simbolico degli anni '90. L'immagine di Laura Palmer aleggia come un'icona sacra e ci ricorda di un'epoca in cui carte bancomat, telefoni cellulari e internet erano alle porte ma ancora non ci avevano rubato l'anima, e si poteva sognare di un tranquillo paese in mezzo ai boschi in cui era possibile gustare una fantastica torta di ciliegie. Un paese in cui, guarda caso, stava per giungere un male terrificante e inafferrabile.
Thelma e Luise (1991, Ridley Scott). Questo film è forse uno dei più proverbiali degli anni '90 (e certo fa il paio con "Pretty woman" per le citazioni a sproposito). Pur essendo decisamente sopravvalutato e alla lunga anche piuttosto reazionario (tanti saluti al movimento femminista e alle rivendicazioni degli anni '60 e '70), non è neppure brutto, anche se rivisto ora appare un po' datato.
Il Danno (1992, Louis Malle). Un film freddo, patinato, che esprime il vuoto di quegli anni meglio di cento proclami. Un maestro come Louis Malle in una delle sue ultime regie. Due attori che proprio negli anni '90 assurgeranno al ruolo di star. Grande.
Film Blu (1993, Krzysztof Kieslowski). Va bene, lo ammetto, Juliette Binoche è stato il mio sex symbol nei primi anni '90, ma anche voi ammetterete che questo, al di là della bellezza sfolgorante dell'attrice francese, è forse il capolavoro di Kieslowski, il film che lo ha consacrato come uno dei più importanti registi non solo degli anni '90, ma dell'intero '900.
Natural Born Killers (1994, Oliver Stone). Diretto da Oliver Stone, sceneggiato da Quentin Tarantino (quando ancora aveva qualcosa da dire). Si potrebbe anche non aggiungere altro, se non che secondo me questo film riassume in se stesso tutta la scuola cinematografica americana degli anni '90. I temi cari a Stone, Rodriguez, Tarantino e Lynch sono affrontati in NBK con una maestria da manuale.
Pulp Fiction (1994, Quentin Tarantino). Se potessi scegliere un solo film tra tutti quelli girati negli anni '90, Pulp Fiction sarebbe Il film. Dopo di lui, nulla è più stato come prima. Possiamo parlare di postmoderno, di citazioni cinefile, di pulp in quanto movimento filmico e letterario, ma le cose rimangono invariate: questa si candida a essere la più importante pellicola di tutto il decennio.
Fargo (1996, Joel Coen). In realtà sono in imbarazzo a scegliere un film dei Coen che li rappresenti in questa lista. Credo che Fargo sia quello più appropriato per ragioni soprattutto storiche: girato a metà del decennio, incarna vizi e virtù (soprattutto virtù) di quella grande avanguardia registica citata sopra (da Lynch a Tarantino) che ha fatto della descrizione degli orrori che si celano sotto la quotidianità del sogno americano un vero e proprio manifesto.
Trainspotting (1996, Danny Boyle). Anche se Danny Boyle non è mai più riuscito a ripetere una simile magia, credo che da sola questa pellicola valga un'intera carriera. Trainspotting è profondamente intriso dello spirito degli anni '90, se tra vent'anni qualcuno nato nel 2000 mi chiederà come fu quel periodo, non potrò fare altro che consigliargli di vedere questo film. "Choose life. Choose a job. Choose a starter home. Choose dental insurance, leisure wear and matching luggage. Choose your future. But why would anyone want to do a thing like that?" Una di quelle citazioni tipo "ho visto cose..." di cui non ci libereremo tanto facilmente.
Titanic (1997, James Cameron). Il kolossal degli anni '90. Il più grande in tutto. Persino nell'odio suscitato in una minoranza ben nutrita di amanti del cinema, tra i quali il sottoscritto. Odiavo lo stupido sentimentalismo delle coppiette che andavano a vedere il film abbracciate e uscivano in lacrime, odiavo sentirne parlare in continuazione, odiavo dovermi sorbire in continuazione quella lagna di Celine Dion che starnazzava "My heart will go on", odiavo James Cameron che avevo amato soprattutto in "Aliens II". Dopo tanti anni mi sono deciso a vederlo: alla fine non è neppure così male...
Il Ciclone (1997, Leonardo Pieraccioni). Questo film ha segnato gli anni '90 (almeno in Italia), come la tragedia dell'11 settembre ha segnato i 2000. L'insipienza di Pieraccioni in quanto comico, l'insana passione per i balli latini, l'orribile tormentone di Tosca D'acquino che fa firifì, poco si salva di questo film. Eppure non si può negare che abbia segnato una svolta nel gusto e nel disgusto dello spettatore italiano medio (tra i quali, a scanso di equivoci e snobismi, il sottoscritto si iscrive).
Salvate il Soldato Ryan (1998, Steven Spielberg). Retorico e a tratti insopportabile nel tratteggio dei personaggi, eppure rivoluzionario, soprattutto da un punto di vista tecnico. Dopo questo film sarà difficile immaginare un altro modo, più coinvolgente e realistico, di raccontare la guerra. Degno di essere menzionato anche solo perché ha dato vita a quel meraviglioso spin-off televisivo che è stato "Band of brothers".
Matrix (1999, fratelli Wachowski). Come "Save private Ryan" ha rivoluzionato il cinema di guerra, "Matrix" ha rivoluzionato quello di fantascienza. Credo che i giudizi su questo film siano assai discordanti (a me è piaciucchiato il primo, ho odiato il secondo, mi sono rifiutato di vedere il terzo), ma sulla sua importanza nella rivoluzione dei gusti filmici e non solo operata negli anni '90 penso ci siano pochi dubbi.
La mia lista potrebbe durare ancora a lungo: mi vengono in mente decine di altri film ("Quattro matrimoni e un funerale", "Caro diario", "I soliti sospetti", "Fight club", "Giovani, carini e disoccupati" ecc... ecc... ecc...), ma a questo punto vorrei che la completaste voi. Quando avrò dati sufficienti redigerò la lista definitiva. Partecipate numerosi!
Oooh, ritorniamo dopo un po' di tempo a recensire qualche bel filmetto in prima visione. Prima della prima, però, un comunicato di servizio: se ve ne frega qualcosa potrete trovare i miei giudizi sui film anche su cinebloggers (link qui a fianco), insieme a quelli di individui sicuramente più qualificati a farlo (così vedrete che in media do un voto o due in meno rispetto a tutti gli altri, chissà come mai...). Tornando in tema, questa volta avrete due pellicole al prezzo di una, dal momento che è passato parecchio dall'ultimo post e ho un po' di arretrati da smaltire, ma non solo. Per pura combinazione, i due film in questione sono entrambi francesi e affrontano entrambi un tema che Bunuel avrebbe definito "il fascino discreto della borghesia".
Non piccola e media borghesia, ma una upper class colta e blasée, che in entrambi i film viene colpita, e soprattutto distorta, in modo tragico dagli sconvolgimenti che sia in Italia che in Francia segnarono la fine degli anni '60 e il decennio dei '70 del secolo scorso. In "E' più facile per un cammello...", questo passaggio doloroso è visto attraverso gli occhi di una bambina (l'alias della Bruni Tedeschi), mentre in "Ma mère" è il giovane Pierre, a sua volta alter ego di Georges Bataille, a filtrare lo sconvolgimento di un mondo senza più valori, o che, meglio, fa della negazione dei propri valori un nuovo ideale.
Le similitudini tra i due film, tuttavia, finiscono qui. Mentre nel film della Bruni Tedeschi il registro è quello della commedia lieve e surreale, punteggiato spesso dal ritorno al mondo dell'infanzia, nel film del regista francese Cristophe Honorè non c'è nessun tentativo di alleggerire l'argomento (e del resto sarebbe stato difficile e inutile farlo), per cui scivoliamo progressivamente in un incubo che suscita nello spettatore repulsione e un sostanziale estraniamento.
La storia è semplice: Pierre, ricco, viziato, annoiato, musone e con qualche velleità mistica trascorre una vacanza nelle Canarie del turismo sessuale con la madre e il padre che non vede da molto tempo (impegnati nel loro lavoro e, soprattutto, nei loro "passatempi" essi non hanno spazio nella loro vita per occuparsi di un figlio). Come nelle migliori tragedie borghesi questa vicinanza forzata permetterà ai conflitti di scoppiare e sfogarsi nel modo più violento e distruttivo. Il padre morirà ben presto (è evidente fin dall'inizio il suo essere superfluo), l'attrazione tra madre e figlio verrà sublimata attraverso atti progressivamente più degradanti (sesso di gruppo, sadomasochismo, abruttimento nell'alcol), ma ogni tentativo di sottrarsi (la fuga della madre, l'amore del figlio per una sua coetanea) sarà destinato al fallimento: l'incesto e la morte dovranno essere inevitabilmente consumati.
Tutto molto bello, tutto molto francese, tutto molto Bataille. Il problema è che alla fine dei conti a me è rimasta una sola domanda: perché? I sentimenti dei personaggi, la loro vita alla deriva e tanto priva di preoccupazioni materiali quanto vuota di qualsiasi vera emozione, nei nostri tempi così materialisti e spietati risultano ormai lievemente patetici, e forse addirittura commoventi, ma comunque distanti e inattuali come non mai. E forse, se questo film un merito ce l'ha (a parte la meravigliosa recitazione di Isabelle Huppert), è proprio questa commovente inattualità.
"E' più facile per un cammello..." parte più o meno dallo stesso presupposto: la crisi di una ricca famiglia italiana trapiantata in Francia per sfuggire alla violenza degli anni '70, una figlia troppo amata dal padre e una amata troppo poco, una madre che dopo anni di ipocrisia ammette i suoi tradimenti, ecc... Eppure qui il registro è quello della commedia, non della tragedia. Con la leggerezza di certo cinema italiano (forse il migliore, vedi "La parola amore esiste"), la Bruni Tedeschi riesce sempre a strappare un sorriso di tenerezza o una lacrima di commozione. I personaggi sono più nevrotici e certo meno monolitici che nel film di Honorè. Mentre lì erano archetipi (il figlio, la madre, la governante, l'amante), qui sono piccoli ritratti sfumati, ognuno con il suo carattere e le sue contraddizioni. Certo la sceneggiatura non è scevra da semplificazioni e ingenuità (anzi...), ma sicuramente la costruzione del personaggio è più gradevole e articolata. Sono molto belli i flashback ambientati negli anni '70 (soprattutto quello dell'immaginario rapimento e quello della balena), favolistici e sognanti come spesso lo sono i nostri ricordi d'infanzia.
Si riesce, infine, a identificarsi molto di più con la protagonista, a capire il suo dibattersi incerto tra la ricchezza della famiglia e i propri ideali umanitari e progressisti (bellissimo infatti il pranzo finale immaginato e desiderato con i terroristi e la famiglia tutti insieme allo stesso tavolo). La Bruni Tedeschi non nasconde la propria ingenuità e non cerca di giustificarsi. Ci dice semplicemente: "non sarebbe stato bello se le cose fossero andate così?" Forse piangerà solo chi adesso ha circa 35 anni e ha vissuto la sua infanzia a Torino, ma io una lacrimuccia l'ho versata...
Giudizio: due dei tanti volti della borghesia. Più riuscito e piacevole "E' più facile per un Cammello...", più intenso e con una bravissima Isabelle Huppert "Ma mère".
Su questo film non avevo né giudizi né pregiudizi. Non sapevo neppure che avesse vinto un Orso d'argento al Festival di Berlino di quest'anno. Me l'ha proposto un'amica che se ne andrà in vacanza (beata lei) a Istambul + Turchia quest'estate. Siccome lo davano in una sala del centro, ci sbattiamo nel traffico serale dei cittadini gaudenti e desiderosi di sciropparsi il caldo in riva al fiume, e dopo un'affannosa ricerca di circa venti minuti finalmente riusciamo a trovare parcheggio (proprio davanti al cinema!). A questo punto mi sto già pregustando una bella serata a base di comoda poltrona, aria condizionata e buon cinema quando, giunti alla cassa, l'omino ci dice: "guardate che l'aria condizionata non funziona, fatevi un giro dentro così se vi pare che faccia troppo caldo non fate il biglietto". Panico. Mi ripassano in mente velocissime le seguenti immagini: corsa nel traffico cittadino, affannosa ricerca del parcheggio, comoda poltrona e aria condizionata. Tutto sfumato nel giro di pochi istanti. Comunque a questo punto non ho neppure voglia di riinfilarmi in auto a bocca asciutta, e quindi pago il biglietto con un grugnito di disperazione (del tipo: "ma perché ultimamente nella mia vita va tutto così?") e entriamo in sala (pardon, nella fornace ardente).
Sì, direte voi, ma il film com'era? Il film era ambientato a Istambul, in pieno inverno! Neve, gente col maglione, paesaggi freddi e desolati, e intanto io in sala con 30 gradi... Come far vedere a uno che sta morendo di sete un film sulla storia della Coca Cola, insomma. A parte questo, ho avuto l'impressione di assistere a qualcosa di appena abbozzato (la storia, l'incontro tra un uomo che fugge dalla campagna e dalla disoccupazione e un parente che vive in città e pare tracciare un amaro bilancio della sua vita, è appena un pretesto), un film suggestivo per certe immagini non convenzionali della Turchia e della città di Istambul, ma troppo reminescente della lezione di certo cinema dell'est degli anni '60 (Tarkovsky sopra tutti). Una boccata d'aria fresca per chi non ne può più di commedie brillanti e film d'azione, ma non molto di più del prodotto medio per sale d'essai.
Giudizio: atmosfere d'altri tempi per chi ha nostalgia di Tarkovsky e del primissimo Wenders.