Comunicazione di servizio: le musichette, le immagini carine e la pessima letteratura si trasferiscono su macchinasoffice.splinder.com. D'ora in poi questo sarà esclusivamente un blog di cinema, ove si parla di cinema, e si discute di cinema. Ipse dixit.
Buon natale a tutti. Volevo mettere la locandina di "Nightmare before christmas" come biglietto di auguri, ma Sand mi ha preceduto. Per fortuna, così ho ripensato a questo film che è uno dei più belli della sua decade, e quanto a incubi non scherza. Con un cast come David Bowie, Ryuichi Sakamoto e Takeshi Kitano, del resto, avrei voluto vedere il contrario.
Cosa vorrei sotto l'albero già lo sapete: un sacco di bei film per il 2005, e in mancanza almeno qualche cosa di vecchio da rivedere (magari una bella rassegna su Nagisa Oshima non ci starebbe male). Volevo anche fare una retrospettiva dei migliori film di quest'anno, ma anche stavolta ci ha già pensato il solito Sand, e quindi a questo punto andate a leggervi il suo post! Echevvelodicoafare?
Prima di iniziare a parlare di questo film (che tanto ne hanno già parlato tutti), vorrei menzionare la bellissima rassegna su Akira Kurosawa in programmazione in questi giorni al cinema Massimo. Purtroppo le mie incombenze non mi hanno permesso di vedere molti film, ma solo il primo (il rarissimo "La leggenda del judo", primo film dell'imperatore) valeva la pena. Cosa dire poi della sublime versione integrale de "I sette samurai", tre ore e venti di puro godimento? Ieri infine trilogia imperdibile con "La fortezza nascosta", "Sanjuro" e "Yojimbo". Che delizia! Peccato che il mondo sia pieno di idioti (come la coppia accanto a me che ieri ha commentato ad alta voce tutto "Yojimbo" o il signore che russavava fastidiosamente nella fila dietro). E non parlo dell'idiota del film, purtroppo (anche se ammetto che ho iniziato a vedere "L'idiota" ma ero troppo stanco e a metà film me ne sono dovuto andare).
Tornando a bomba (io sta espressione non l'ho mai capita, spero di usarla in modo proprio), di "Ferro 3" hanno parlato tutti i più eminenti cinebloggers della rete, gente (oltretutto) che Kim Ki Duk lo conosce come le sue tasche, mentre per me questo era il suo primo film... Sicuramente un grande film, comunque. Tre milioni di volte meglio dell'antipaticissima Vera Drake, comunque. E poi sfondava una porta aperta (scusate se continuo a esprimermi per modi di dire), visto che una delle mie fantasie è sempre stata quella di introdurmi nelle case degli altri mentre non ci sono e vivere in questa specie di "nido segreto".
Naturalmente le tematiche del film sono più profonde (introdursi in casa d'altri significa soprattutto per il protagonista vivere le loro vite, e di qui parte un discorso sull'identità che si dipana in vari episodi, come quello della cella, ognuno estremamente complesso e affascinante). Non ne parlerò ora (né mai) perché altri più profondi esegeti del coreano regista l'han fatto meglio (no, non li linko, tanto sapete chi sono. Anzi, ne linko uno). Certo che vedere tutti quei 5 e 4 su Cinebloggers fa impressione...
Giudizio critico: l'urlo dell'oriente colpisce ancora.
A parte il titolo (che non riesco mai a ricordare), devo dire che questo è proprio un bel filmetto. E' da un sacco di tempo che evito i film d'animazione Disney o pseudotali (insomma, una volta che si è vista "La città incantata" come si fa a prendere sul serio robe tipo "Alla ricerca di Nemo"?), anche perché mi sembrano quelle cose che si vanno a vedere solo per far piacere alla fidanzata, manin manina, e poi si fa la passeggiata in centro con l'autoradio sotto il braccio. Insomma, se vai a vedere questo tipo di film, o hai dieci anni, o sei il padre di un decenne, o sei un truzzo (tamarro, zarro, coatto, non so come li chiamate voi nella vostra città).
Tuttavia dopo aver letto recensioni entusiastiche da parte di alcuni stimati bloggers (per esempio lui , lui e lui) mi sono munito di fidanzata (giusto come alibi) e sono andato di corsa a vederlo. E in effetti, per temi e forza delle immagini, questo film può piacere senza problemi a un pubblico di grandi e piccini (quando mi sento Maria Giovanna Elmi quando dico così). In particolare, mi ha sempre affascinato il tema della convivenza più o meno problematica tra esseri umani "normali" e supereroi, qui affrontato con alcuni spunti originali (ma leggetevi Marvels o Astro City per una disamina veramente consapevole e adulta).
La storia forse è un po' troppo classica, eppure mi ha attanagliato a sufficienza. Le animazioni sono fantastiche (dopo anni di astinenza da questo tipo di film non mi ero reso conto a quali livelli fossero arrivati) e i personaggi carini e simpatici (soprattutto la "superstilista" con voce di Amanda Lear). Concordo con Andrea sul fatto che questo non sia un capolavoro, ma solo un filmino carino per bambini un po' troppo cresciuti, tuttavia non mi sembra che questo sia un difetto, quando si sa cosa aspettarsi.
Giudizio critico: però Miyazaki è un'altra cosa...
Tornando a parlare di cinema (ma non temete, presto vi ragguaglierò su altre meraviglie dell'architettura moderna), venerdì scorso ho visto "La sposa turca". Onestamente, conoscendo solo il titolo (che mi faceva pensare a qualcosa tipo "Il mio grasso grosso matrimonio greco", pellicola per me davvero indigesta), non mi aspettavo granché. Lieto il mio disappunto quando dopo una decina di minuti di proiezione mi sono accorto che: il film si svolgeva nelle atmosfere derrikiane di una grigia Germania, il protagonista assomigliava a Bob Geldof e vestiva come Nick Cave, e, cosa più importante, nella colonna sonora c'era nientepopodimeno che "Temple of love" dei Sisters of Mercy, infine la protagonista era davvero una bella figliuola.
Tutto il film narra la lunga, agonizzante discesa agli inferi dei due personaggi principali, che di degradazione in degradazione cercano un improbabile riscatto dalla duplice condizione di emarginati nel seno della società in cui vivono (quella tedesca) e della loro comunità d'origine (quella turca). Girato con piglio fassbinderiano, "La sposa turca" riesce sempre a restare affilato come una lama (letteralmente, viste le molte scene di violenza e sangue), anche se si scinde nettamente in due parti, la prima che vede come figura principale Cahit (Birol Unel), immersa appunto nelle fredde atmosfere nordiche, mentre la seconda segue il percorso di morte e resurrezione di Sibel (Sibel Kekilli) in una Istambul livida e ben poco cartolinistica.
La mise en scéne non ricerca effetti particolari, ma rimane sempre asciutta, essenziale, rivolta a mettere a nudo l'anima dei personaggi più che a creare compiaciuti effetti stilistici. Il regista Fatih Akin (qui anche sceneggiatore) non è forse la più grande rivelazione dell'anno, ma si riesce a capire benissimo come la giuria di Berlino abbia potuto assegnare l'Orso d'oro a questa pellicola molto "tedesca", nel senso (e mi ripeto) più fassbinderiano del termine.
Giudizio critico: il mio disperato violento matrimonio turco.