Non mi dilungherò molto su questo film, perché penso di non averlo capito. Forse dal regista di "Il marito della parrucchiera", "L'amore che non muore" e "L'uomo del treno" mi aspettavo qualcosa di più, forse l'altra sera non era in sintonia con i temi trattati dal buon Leconte, però devo dire che era da parecchio che non passavo due ore così noiose al cinema.
L'assunto su cui si basa la pellicola (una donna che racconta i casi suoi a un consulente fiscale credendolo uno psicanalista) già lo sapete. Un po' banale, ma certo foriero di buoni spunti. Peccato che dalla banalità si parta, e sulla banalità si resti. Attenzione, non una banalità intenzionale intesa come metafora del quotidiano, o robe del genere, no, proprio banalità nella messa in scena e soprattutto nei dialoghi, che in film come questo (basati esclusivamente sui dialoghi) dovrebbero essere brillanti o profondi, e invece sono di una ovvietà sconcertante.
Perle come "l'amore è una malattia da cui non si guarisce" o "finalmente ho esplorato la complessità del mistero femminino" non le sentivo dai tempi del liceo (a voi hanno mai scritto sul diario la famosa massima "l'amore è come la febbre: tutt'e due si guariscono a letto"? A me personalmente no, però a quasi tutti i miei compagni sì). L'intreccio è banale, ma riesce a scadere spesso nel ridicolo (come nel caso della repentina comparsata del marito di Sandrine Bonnaire), la caratterizzazione dei personaggi è fatta attravaverso dettagli che si vorrebbero simpatici e originali, ma sono già stati visti mille volte (il personaggio di Fabrice Luchini è un inibito fiscalista che colleziona giocattoli a molla e balla solo davanti allo specchio...).
Insomma, non se ne vogliano quelli a cui questo film è piaciuto, però almeno me lo spieghino, perché io proprio non ci ho trovato nulla.
Giudizio critico: se volete passare un'ora e mezza davvero soporifera, questo film fa per voi.
Questo film potrebbe stare tranquillamente in piedi solamente per i dieci minuti della battaglia di Gaugamela. Per anni mi sono immaginato le falangi macedoni in azione, e finalmente ho avuto la possibilità di vederle "dal vivo". Awesome, direbbero gli anglofoni. Stone è uno che di film di guerra se ne intende, e infatti nei venti minuti in cui di guerra parla (alla fine del film c'è l'altra bellissima sequenza della battaglia di Hyspapes), in questo lungo film di quasi tre ore, eccelle.
Per il resto si oscilla tra l'imbarazzo e la noia. Imbarazzo per i costumi decisamente camp, vestaglione e costumi etnici buttati un po' lì a caso, il cielo azzurro con le nuvolette bianche del fondale degli intermezzi con Anthony Hopkins/Tolomeo, i casti baci omosessuali tra Alessandro e il suo amico del cuore, Efestione, e l'amplesso assai più rovente con la sposa novella Rossane. Noia per le lunghe tirate e i discorsi magniloquenti, i rovelli interiori di Alessandro afflitto da una dozzina di complessi differenti (esemplificati nella scena in cui il padre Filippo mostra al giovane Alessandro i miti greci dipinti sulle pareti di una caverna).
Ho sentito parlare parecchio male di questo film, per i motivi suesposti e anche per altri. Il problema è che "Alexander" non è un prodotto da giudicare con i parametri odierni. Si tratta, in realtà, di un vero e proprio kolossal come se ne facevano fino a quarant'anni fa. Grandi scenari di cartapesta, personaggi storici tratteggiati con la stessa psicologia di cow-boys, belle attrici messe lì a scopo puramente decorativo (certo il ruolo di Angelina Jolie si distacca da questo cliché, ma siamo nel 2005, un minimo di aggiornamento bisognava pur farlo). Il tutto, però, senza la passionalità sanguigna e ingenua al tempo stesso che contraddistingueva i kolossal degli anni '40 e '50.
Fatte queste considerazioni, non si può proprio dire che questa sia una pellicola brutta o non riuscita. Ripeto che varrebbe la pena di vederlo anche solo per le due sequenze delle battaglie. Si capisce anche perché in America sia stato così tanto osteggiato (la critica della politica imperialista americana che vuole esportare la "civiltà" nel mondo è addirittura smaccata). Tuttavia non è certo un film che resta nel cuore, al massimo potrà rimanere per qualche giorno negli occhi.
Giudizio critico: tra kitsch e camp, un film che ha comunque qualcosa da dare (e da dire).
Ragazzi, non ci credevo, ma facendo una ricerca su google, ho scoperto casualmente che la mia recensione di "Lilli e il cavaliere" è stata inserita nel sito ufficiale di Lilli Gruber, e mica per farci sopra due risate, ma persulserio! Talmente sul serio che la mia simpatica stronzatina risulta inserita tra gli articoli di Alessandra Levantesi e tal Fabio Tasso, critico dell'importante rivista di spettacolo online www.drammaturgia.it. I casi sono due: o nessun altro ha parlato del film e l'uffico stampa era talmente disperato che per far numero ha inserito pure la mia cazzatina, oppure davvero mi han preso sul serio, e allora devo iniziare a preoccuparmi. Comunque per il momento sarebbero i soli ad averlo fatto, spero che l'incidente non si ripeta.
Comunque se volete capacitarvene con i vostri occhi, il link è: http://www.lillieilcavaliere.it/materiali.asp?page=2&recs=5
P.S. Non è che in quella recensione parlassi in modo molto lusinghiero di lei, però... Se mai leggerai queste parole, cara Lilli, mi pento e mi dolgo di quello che ho detto e riconosco che sei una vera signora. Altro che al parlamento europeo, a Palazzo Chigi dovrebbero mandarti.
E con questo, la mia bella marchetta l'ho pagata, spero che basti a mettermi al riparo dalle querele...
Era da un sacco che non vedevo così tanti cartoni animati al cinema! Quando ci andavo io le cose erano un po' diverse... i disegni li facevano a mano dei signori che si chiamavano Walt Disney, Carl Barks, Hanna e Barbera etc... Le belle addormentate venivano sempre salvate da splendidi principi di pura razza ariana, e il drago era cattivo, poche balle. Insomma, se non l'avete capito, io sono un naufrago dell'era moderna. Poi, intorno alla metà degli anni '80 (nel mio piccolo mondo, ma in quello grande la rivoluzione era cominciata molto prima) gli artisti decisero che raccontare le cose in questo modo era diventato noioso. Se la principessa era sempre bellissima, e il principe sempre azzurrissimo, le storie da raccontare erano drasticamente (e drammaticamente, per loro) limitate. Fu così che iniziò l'era del postmoderno.
Questo Shrek 2, si può dire, è il trionfo del postmoderno. Ogni singolo fotogramma è la citazione di qualcos'altro. Ma non la citazione rigorosamente filologica, bensì una reinterpretazione che tende a innovare partendo da un dato scontato. Abbiamo sempre gli stessi ingredienti (principessa, drago o orco, principe), ma adesso le combinazioni sono infinite, non più una sola. Il principe può essere vanesio, un pochino gay, vuoto e infantile, l'orco buono e dolce (ma senza perdere la sua caratteristica rozzezza, così come il principe non perde la sua caratteristica bellezza), addirittura la fatina diventa una perfida intrallazzona con un ricco business nel settore della magia, e la principessa, eresia delle eresie, è brutta, anzi mostruosa!
Tutto ciò crea divertimento negli adulti che sono abituati a vedere le cose solo in bianco e nero e si trovano catapultati in un mondo pirotecnico, ma mi chiedo quanto risulti comprensibile per i bambini (ho visto il film a capodanno, con parecchi bambini in sala, e mi pare che la risposta sia: "poco o nulla"). Teniamo conto che ci sono canzoni di Tom Waits e Nick Cave, che le allusioni sessuali sono frequenti (soprattutto quelle che si riferiscono alla "sessualità confusa" dei personaggi) e possiamo ben capire che "Shrek 2" non è il tipico prodotto destinato ai bambini (molto meno di quanto già non lo fosse "Gli incredibili").
O forse sì? La realtà è che nessuno vent'anni fa si sarebbe mai sognato di fare un film del genere (molto diverso concettualmente dai film disney del periodo classico, ma anche dall'animazione underground degli anni '70, come "Fritz the cat" o "Heavy metal", ad esempio). Questo cartone, prima ancora che un prodotto commerciale, è un prodotto sociologico: ci sono milioni di post-trentenni che adorano questo tipo di opere perché li riportano alla loro infanzia, e si sa che la nostra è la generazione dei Peter Pan. Gente simile, "Shrek 2" la manda in visibilio: si tratta di persone colte, in grado di riconoscere tutti i sottotesti del film (la critica sociale dello starsystem hollywoodiano, l'attualizzazione dei personaggi che amavamo da piccoli, le strizzatine d'occhio delle allusioni sessuali), di apprezzare le varie canzoni (e compiacersi con se stessi per la propria cultura musicale), e alla fine di sentirsi anche virtuosi perché hanno portato i figlioletti a vedere un bel film a capodanno. Peccato che i figlioletti alla fine chiederanno: "papà, l'anno prossimo mi porti a vedere Yughi-Ho?" (o qualsiasi altro cartone animato televisivo andrà di moda il prossimo capodanno...)
Giudizio critico: la rivincita dei Peter Pan?