programmato da Ratinthewall alle ore 22:29
10/06/2005

Due mesi e un po' di più che non scrivo di cinema. Nel frattempo c'è stato un anniversario, e separazioni dolorose e altre fortunose circostanze, e sì, anche visioni che non sono state ancora relazionate e trascritte nella fredda materia del blog. Quando tutto questo nacque più di un anno fa doveva essere un supporto alla mia stanca memoria, e siccome nel frattempo la memoria non è migliorata anche le considerazioni saranno piuttosto frammentarie.

Per dirla con Bazin e Cocteau (che io non sono né scontato né presuntuoso) il cinema è la morte al lavoro (sugli attori) ma anche sul pubblico. Nulla segna di più il passaggio del tempo di due ore scandite metronomicamente dal battito dei fotogrammi accelerati ventiquattro volte al secondo, nulla segna di più una stagione del ricordo di certe immagini che non rivedrai forse più ma che continuano a scorrerti nel cervello. Dimenticarle è facile, cancellarle impossibile.

Visioni a volte immorali, sempre nel senso baziniano dell'accezione, come le sequenze con la camera volteggiante intorno ai personaggi quasi a vivisezionarli, simulando una falsa partecipazione, de il "Cuore sacro" di Ferzan Ozpetek, oscene al punto di riprodurre attraverso rimandi kitsch iconografie pittoriche arcinote come la Pietà michelangiolesca. Un film forse onesto intellettualmente, ma disonesto fino all'eccessso dal punto visuale, tanto che gli attori (soprattutto Barbara Bobulova) vagano con espressioni da sonnambulo degne del Cesare di Wiene.

Visioni piene di un understatement patinato, come nel caso de "L'amore fatale", di Roger Michell, tratto da un ennesimo romanzo di Ian McEwan. Film difficile da classificare, con attori anche qui spesso attoniti (tranne Rhys Ifans, candido e diabolico al tempo stesso), una fotografia troppo leccata e troppo buia al tempo stesso, la solita simmetria mcewaniana portata all'eccesso, a volte chiedendosi dove si andrà a parare. E un finale che (anche qui nulla di nuovo rispetto agli ultimi lavori dello scrittore anglosassone) sembra voler sciogliere tutti i nodi a costo di una schematicità davvero eccessiva.

Visioni (in)aspettate per me che di cinematografia orientale contemporanea ben poco mi intendo, che mi fanno venire voglia di recuperare il tempo perso, come "Old boy", di Chan-wook Park, tormentone cineblogghico di questi ultimi due mesi, osannato e incensato praticamente da tutti, e a ragione, perché questo film del 2003 arrivato in italia solo ora ci fa capire tutti i debiti del buon Quentin verso la cinematografia orientale, non tanto per la traccia stilistica (Tarantino rimane figlio di Houston e Peckinpah, Park di Kurosawa e Woo) quanto per la concezione di una violenza ineluttabile al punto da diventare personaggio principale del dramma. Bravissimo Min-sik Choi (Dae-su Ho), forse il miglior attore che ho visto su schermo in questa stagione.

Visioni tetre, controverse, pericolose, incomprese, in un film che è diventato un caso più per il tema trattato che per i suoi molti meriti e i suoi ancora più grandi difetti. "La caduta" non può che risultare antipatico ai più, e a ragione. Bruno Ganz è un Hitler inedito, umano, troppo umano. Una cosa che fa paura a chi vorrebbe immaginarlo solo come un demone, e che suscita troppa simpatia in chi invece lo ha sempre esaltato, ma soprattutto negli indecisi e negli inconsapevoli. Sorprendente l'asciuttezza con cui poi viene rappresentata la tragedia delle ultime ore nel bunker sotto la cancelleria di Berlino. Eppure realistico. Molto più angosciante nella sua claustrofobia e nella misurata follia di Bruno Ganz rispetto a qualsiasi forzatura drammaturgica a cui siamo abituati dalla cinematografia soprattutto americana.

Visioni grandiose, puerili, wagneriane, in quello che è forse (anzi, nella mia modesta opinione, sicuramente) l'episodio più riuscito della seconda (prima?) trilogia di "Guerre stellari". Anche qui mi pare che ci sia stata una grande incomprensione. Si è detto che Lucas non racconta più favole, che ha venduto l'anima al merchandising, che questo film pecca di presunzione tentando la strada della tragedia. A mio parere invece, dal momento che la storia non poteva riservare alcuna sorpresa, bene ha fatto il regista ad archetipizzarla, rendendola simile a una di quelle tragedie greche che trovano la loro forza nel pathos piuttosto che nell'originalità del plot.

Visioni tenere, malinconiche, metropolitane, sognanti e fuggevoli come una canzone dei Mazzy Star, nell'ultimo capolavoro di Olivier Assayas "Clean", con cui il cineasta torna un po' a quelle origini lontane di uno dei suoi primi film, "Desordre", ma con l'occhio di chi vent'anni dopo deve arrendersi al passare del tempo. Con una Maggie Cheung attrice simbolo e feticcio al tempo stesso (è un caso che i due attori più braci di questa rapida carrellata siano entrambi orientali?) bella da strappare una lacrima in più di un momento del film. Musica, amore, droga, nulla di nuovo sotto il sole, ma raccontati in modo da dire ancora qualcosa di nuovo.

E poi, e poi... questo per il momento è tutto. Spero di riuscire ad aggiornare questo diario telematico cinefilo più spesso nei prossimi mesi, ma se non lo faccio pensateci voi a riportarmi all'ordine, o.k. ;-)

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